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16 Dicembre 2020

UNA VITA PER IMMAGINI: LA NUOVA OPERA DI STEVE MCCURRY

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La mia vita è governata dall’urgente bisogno di vagare e osservare, e la mia macchina fotografica è il mio passaporto. – Steve McCurry

Una vita per immagini, l’ultima sorprendente opera di Steve McCurry, è il più grande e completo Photobook del fotografo americano, mai pubblicato finora. Scritto e redatto da Bonnie McCurry, sorella di Steve e presidente della McCurry Foundation, il libro è la raccolta definitiva delle migliaia di immagini scattate da McCurry negli ultimi 40 anni.

Il volume racconta le più interessanti esperienze del fotografo, dalle sue primissime immagini scattate all’indomani delle inondazioni di Johnstown, nel 1977, al suo viaggio rivoluzionario in Afghanistan, vestito da mujaheddin, fino ai suoi innumerevoli viaggi attraverso l’India e il Pakistan.

Ispirato dal lavoro di Henri Cartier-Bresson, Marc Riboud e Margaret Bourke, Steve McCurry iniziò la sua carriera agli inizi degli anni ’70, quando cominciò a viaggiare per il mondo, da studente di Cinematografia della Penn State University.

Nel 1978 il fotografo si reca in Pakistan alla ricerca di storie che potessero essere raccontate con una macchina fotografica.

È qui che incontra i due combattenti afgani che lo incoraggiano a partire con loro in modo da poterli aiutare a raccontare la vera storia del conflitto che scoppiò tra i ribelli mujaheddin, appoggiati dagli Stati Uniti, e il governo Afghano, appoggiato invece dall’Unione Sovietica. Un conflitto che si trasformò ben presto in una sanguinosa guerra che durò oltre 9 anni e dove persero la vita più di un milione di afghani.

Il libro raccoglie gli scatti più significativi di quel tormentato periodo.

È la stessa sorella che racconta come l’equipaggiamento di suo fratello fosse incredibilmente inadeguato: “con lui aveva solamente un bicchiere di plastica, un coltellino svizzero, due corpi macchina, quattro obiettivi, una busta di pellicole, una confezione di noccioline americane e una copia di Narcissus and Goldmund di Herman Hesse”.

Negli anni a seguire Steve riuscirà a viaggiare per quasi mezzo mondo: in India, come ho già detto, ma anche verso altri paesi dell’Asia come la Cina, il Tibet e la sua amata Indonesia. Il libro, composto da più di 400 pagine e da oltre 600 fotografie, racconta questo suo lungo percorso, che lo ha portato in giro per il mondo a documentare le storie e i conflitti dei popoli più dimenticati del pianeta.

Nel photobook sono incluse le sue note personali, i telegrammi, i visti dei passaporti dei suoi innumerevoli viaggi, il tutto accompagnato dal testo sincero e personale di Bonnie McCurry, così come dalle riflessioni degli amici e dei colleghi di Steve.

Un’opera che non può assolutamente mancare nella libreria di un fotografo che si rispetti!


Altre opere di Steve McCurry:


 

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DIVENTARE STEVE MCCURRY

“Già da piccolo, Steve non stava mai fermo e non era certo tipo da aspettare che le cose gli piovessero dal cielo. Ho sentito dire che solo i dilettanti aspettano che arrivi l’ispirazione, i professionisti ogni giorno si alzano e si mettono al lavoro. Fin dai suoi primi viaggi in Europa, alla fine del liceo, Steve andò alla ricerca di immagini affascinanti e coinvolgenti, guardando principalmente al mondo che lo circondava, ma anche alle opere di fotografi, registi e scrittori che apprezzava”

“Lui (l’amico che lo ospitò in Svezia) e Steve andavano a fare lunghe passeggiate nei dintorni di Stoccolma e scattavano foto. Era la prima volta che mio fratello vagava per le strade di una città senza nessun altro scopo se non quello di osservare le persone e la vita, immortalando qualsiasi cosa catturasse la sua attenzione. Un’esperienza che si sarebbe trasformata in consuetudine e infine nella sua professione”

“Girare un film è un lavoro di squadra che di solito coinvolge una troupe e richiede cooperazione costante e capacità di mediazione, mentre la fotografia è un’arte solitaria. Mio fratello amava l’idea di vagare senza copione, in piena libertà, alla ricerca di quel momento fortuito in cui un’immagine sarebbe apparsa spontaneamente davanti al mirino. Chiudersi la porta alle spalle e uscire con una macchina fotografica e qualche rullino in tasca era la sua idea di paradiso. Solo lui avrebbe deciso cosa mettere a fuoco, come costruire l’immagine, cosa evitare e cosa includere nell’inquadratura. Solo lui era responsabile della luce e della composizione. La fotografia stimolava il suo lato solitario e indipendente, e si coniugava perfettamente con la sua determinazione a viaggiare il più possibile”

“È la semplicità a far si che l’immagine rimanga scolpita nella memoria. L’abilità di coinvolgere l’osservatore, di fare in modo che l’immagine gli parli come se il soggetto fosse lì, è una caratteristica che Steve ha rintracciato anche nelle opere di André Kertész, un’altra delle figure che lo hanno ispirato. Secondo Kertész, fotografare significava “scrivere con la luce”, e le sue foto rivelano un’intimità e una dimensione senza tempo che hanno sempre affascinato Steve”

“Ogni progetto è la testimonianza di un determinato Paese o di una regione, documentata attraverso le persone che ci vivono, ed è questo che rende le sue fotografie molto più che splendide cartoline di paesaggi o città. L’osservatore viene catapultato direttamente sul posto, anziché limitarsi a guardare da lontano”

“L’elenco di film preferiti di Steve è lungo e i suoi gusti sono variegati, vanno da Viale del Tramonto (1950) e Quarto potere (1941) al Padrino (1972) e Le ali della libertà (1994). La sua formazione in Cinematografia alla Penn State gli ha fornito una solida comprensione del mestiere, nonché la capacità di apprezzare il genio di registi quali Federico Fellini, François Truffaut, Luis Buñuel, Billy Wilder, Orson Welles e Francis Ford Coppola. Uno dei suoi film preferiti in assoluto era Quei bravi ragazzi di Martin Scorsese”

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